Il momento in cui capisce di essere dentro un procedimento penale
Un avviso di garanzia nella cassetta della posta. Una telefonata che la convoca in caserma. Una perquisizione a casa o in ufficio. Quasi nessuno è pronto a quel momento — e quasi nessuno sa che è proprio lì, nelle prime ore, che si decide gran parte del resto.
La reazione istintiva è spiegare. Chiarire. Far capire che c’è un equivoco. È l’errore più comune e più costoso: tutto quello che dice senza un difensore accanto resta, e può essere usato.
Il primo diritto che ha, sempre, è quello di non rispondere finché non ha parlato con un avvocato. Non è un segno di colpa: è il modo in cui la legge la protegge.
Le situazioni che vedo più spesso
1. Ha ricevuto un avviso di garanzia
L’avviso di garanzia — o informazione di garanzia — non è una condanna, e nemmeno un’accusa definitiva: è la comunicazione che esiste un’indagine e che lei ha diritto a difendersi fin da subito. Proprio perché arriva presto, è il momento migliore per intervenire: quando ancora si può incidere sulle indagini, non solo subirle.
Cosa fare subito: non risponda a nessuno prima di aver letto il fascicolo con un difensore. Conservi l’atto e ogni documento collegato. Mi chiami — la prima cosa è capire di cosa la si accusa davvero.
2. È stato convocato, fermato o perquisito
Una convocazione dai carabinieri o dalla polizia, un fermo, una perquisizione: sono i momenti in cui è più facile farsi prendere dall’ansia e dire o firmare cose senza capirle fino in fondo. Ha diritto a farsi assistere da un avvocato prima di rendere qualunque dichiarazione, e ha diritto a sapere perché la stanno cercando.
Cosa fare subito: si qualifichi, resti calmo, e chieda di poter parlare con un avvocato. Non si giustifichi, non racconti la sua versione “per chiarire”. Il momento di raccontarla arriverà — con accanto qualcuno che sa come e quando.
3. Ha subìto un reato e vuole tutelarsi
Non c’è solo chi è accusato. Se è lei ad aver subìto un reato — una truffa, un’aggressione, un danno, minacce — può scegliere di non restare fermo: la querela ha tempi precisi, oltre i quali il diritto si perde, e in molti procedimenti la persona offesa può costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento.
Cosa fare subito: non aspetti “per vedere come va”. Raccolga tutto — documenti, messaggi, nomi di eventuali testimoni — e verifichi subito i termini: in alcuni casi sono di pochi mesi.
Come lavoro su un procedimento penale
Il penale non si improvvisa nei giorni dell’udienza: si costruisce prima, sul fascicolo. Leggere gli atti, capire cosa c’è e cosa manca, scegliere se e quando parlare, mettere insieme le prove a favore prima che sia tardi.
Non prometto risultati — nessun avvocato serio può farlo. Le dico con chiarezza dove siamo, quali sono i rischi reali e quali le strade percorribili, e la lascio decidere con cognizione di causa.
Cosa non fare, quasi sempre
Non parli senza il suo avvocato. Nemmeno “per chiarire”, nemmeno con chi sembra dalla sua parte.
Non tocchi e non cancelli niente. Messaggi, documenti, dispositivi: alterarli o eliminarli peggiora la posizione e distrugge prove che potevano aiutarla.
Non si affidi ai consigli di chi “ci è già passato”. Ogni procedimento è diverso, e i consigli sbagliati sono la causa di buona parte dei danni che devo poi riparare.
Non lasci correre i termini. Nel penale il tempo è quasi sempre contro chi aspetta.
Come si comincia
Il primo colloquio serve a mettere ordine: cosa le contestano — o cosa ha subìto — cosa è già successo, quali sono i rischi reali e cosa fare nelle prossime ore.
Costa da 100 € e alla fine le consegno un preventivo scritto, prima che esca dallo studio.
Lunedì-venerdì, 9:00–13:00 e 15:30–19:00. Se sono in udienza risponde lo studio e la richiamo appena libera.
Studio in Via Guido Monaco 92, Arezzo — primo piano, a pochi passi dalla stazione.
